Dialogo con Nicola Ponzio

Nicola Ponzio – Ritmico Rosso – 2007 -Teche di legno e vetro, libri tagliati.

Immagine e testi prelevati qui 

Uno scambio epistolare tra Nicola Ponzio e me a proposito della sua mostra a Milano, presso la Ermanno Tedeschi Gallery, nel marzo del 2008.

Caro Nicola,

volevo ancora dirti che la mostra inaugurata ieri mi è piaciuta e anche il clima che c’era tra noi lì.
Ti dicevo, alla fine della visita, di aver ‘letto’. C’erano libri usati come tasselli di colore, come pezzi di mosaico o, spolpati, come gusci colorati. Libri tagliati ‘illeggibili’ di cui restava il disegno formato dalle macchie di nero sulla sommità delle pagine, spessore di pagine in bianco e nero.
Ti dicevo anche che i criteri compositivi, le strutture logiche sono quelle che mi appaiono più evidenti: da esse l’insieme mi parla (la cura del materiale offre gradevolezza ma non m’informa nello stesso modo, delle stesse cose). E quelle strutture, relazioni, ritmi mi raccontavano dell’astrattismo come di un sogno destinato a restare tale: non la presenza degli archetipi, non Pitagora e la sua musica, ma la nostalgia pura di questa purezza…E così i libri-tasselli, visibili solo per le copertine, usati solo all’esterno o come involucri, mi dicevano di una cultura ultra-secolare antropologicamente dimenticata. Ti parlavo di barbarie della non-lettura ma ora penso che non si tratta neanche di questo solo ma del passaggio in cui quella cultura ultra-secolare deve servire e serve a fare altre cose. Insomma, è il culto del libro che è sparito, ma non il suo utilizzo che è diventato davvero imprevedibile. O anche, come nel caso di molte tue opere, l’accento non è tanto posto sull’atto di lettura di un messaggio quanto su ciò che si fa (che è per la vita, vitale) con gli strumenti della cultura e della strutturazione dei messaggi. Fosse anche il piacere dell’occhio che si fa cullare dall’intelligenza dei ritmi tra geometrie e tonalità cromatiche. Esperienze ‘semplici’ che fanno della superficie un campo di profondità e di approfondimento. Come queste prime parole sorte dal dialogo mostrano…

Biagio Cepollaro

Caro Biagio,

grazie, condivido quando scrivi: “E quelle strutture, relazioni, ritmi mi raccontavano dell’astrattismo come di un sogno destinato a restare tale: non la presenza degli archetipi, non Pitagora e la sua musica, ma la nostalgia pura di questa purezza.” In effetti dietro quello che tu identificavi da subito come un codice giocoso, ludico, si dissimula la rappresentazione di una melancholia (nostalgia, ma non solo). Un’immagine che conduce dritti verso il caos, illudendoci di avere attraversato un ordine. Ecco perché ti invitavo a guardare oltre la piacevolezza delle strutture sintattiche, ritmiche, insomma oltre l’evidenza esteriore per cogliere dall’interno le relazioni tra l’apparente armonia formale e il suo opposto latente. Identificabile, attraverso un ossimoro, come equilibrio caotico.
Una geometria mediata dai colori giustapposti delle copertine dei libri, o dalle pagine tagliate longitudinalmente per mostrarne l’inchiostro delle parole in campiture ormai illeggibili, non è più geometria ma un suo simulacro. Un’illusione rispetto agli archetipi di Pitagora, per tornare alla tua riflessione citata in precedenza. Ciò non toglie che sia ancora il ritmo a sostenere un linguaggio palesemente pittorico, ma che pittorico non è se non nella sua connotazione esteriore. E poi si è discusso di macrostrutture e microstrutture, acutamente da te evidenziate, relative al procedimento di articolazione delle parti. Una sorta di game oggettuale che si protende all’infinito.
Oggetti-culto, i libri, contenitori di parole, idee, storie linguaggi e dubbi, domande, ipotesi. Ready-made non privi di aura, a differenza di un orinatoio o di uno scolabottiglie, quindi ancor più soggetti a dissacrazioni. Perché non contenerli a loro volta in moduli che si ripetono nello spazio azzerandone la funzione di strumenti verbali depositari della cultura e della memoria umana? Con uno sguardo obliquo e non più frontale mi propongo di dimostrare la fecondità di epifanie linguistiche complesse, ottenute ponendo in relazione sistemi formali semplici, immediati nella loro fruizione percettiva.
Jean Clair, il grande critico d’arte, in una recente intervista ha dichiarato, cito a memoria, che uno degli equivoci più grossolani concernente buona parte della produzione artistica non solo recente, sia quello di credere non più necessaria un’interpretazione dell’opera d’arte, come se quest’ultima fosse una specie di feticcio, un talismano, un oggetto magico in grado soltanto con la sua presenza di comunicare idee, trasmettere pensieri, riflessioni sulla realtà e sull’uomo. Da qui l’ambizione che chiunque possa comprendere e interpretare un lavoro artistico, dargli un senso a prescindere da qualsiasi consapevolezza ed esperienza. Tanto è l’opera che parla, basta mettersi in ascolto! E continuava sparando a zero sulle provocazioni e gli estremismi di maniera che investono larga parte della creatività planetaria, sostenuta da quotazioni di mercato inaccettabili e insensate anche rispetto ad autentici capolavori di un passato più o meno recente. E tutto, o quasi, a scapito dell’intelligenza, del talento, dello studio e del dialogo, che qui testimoniano per me in questa tua breve ma intensa lettera.

Nicola Ponzio

 

 

 

 

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