Dialogo con la Composizione R 3 di Mauro Reggiani

Mauro Reggiani, Composizione R 3, 1934

 

L’immagine è stata prelevata da qui

 

Se non si ha la fortuna e la possibilità di vedere davvero un’opera  bisogna accontentarsi di un’immagine ‘degradata’ sul web. Non potrò mai vedere da vicino tutte le opere di cui ho questa sorta di imperfetto riassunto. Così come non potrò fare tutte le cose che vorrei. E’ insomma una limitazione necessaria, da accettare. D’altra parte la vita non accontenta sempre i nostri desiderata,  anzi: ed è spesso dalla penuria che bisogna tirar fuori la ricchezza.

Così quest’immagine di Mauro Reggiani, ancorchè lontanissima dalla realtà del quadro, mi ferma e m’incanta.

Semplice: lo spazio suddiviso, strutturato per contrappunto, insieme alle linee di diversa larghezza e direzione. Tendenzialmente c’è quasi tutto: il chiaro e lo scuro, il grande e il piccolo, l’orizzontale, il verticale, l’inclinato o il diagonale. C’è una base, l’idea di un incastro, un cuore in basso che dialoga con un cielo in alto. Linee, fasce, campiture che oscillano di tono ma non urlano. Stanno come le cose nello spazio. E’ un’opera del 1934, per così dire di prima intenzione. Prima che si sviluppasse veramente e fosse introiettato l’artefatto pubblicitario e di mercato, prima che non sembrasse impossibile guardare il mondo, dall’interno ma direttamente.

La pittura anche qui pone il problema del vedere. Cosa voglio vedere, cosa posso vedere, cosa so per vedere, cosa imparo dal vedere. E’ come se il silenzio prodotto dall’essenzialità degli elementi provocasse la necessità delle domande.

Ma è poi vero, come autorevolmente è stato detto da Argan, che il problema per Reggiani è lo spazio da rendere significativo, che insomma questa sua pittura abbia a che fare con l’architettura?

Cosa diventa significativo, lo spazio? O l’amore con cui sceglie le sue linee, i suoi rettangoli, e li dispone, li sovrappone, li fa dialogare? Senza gli elementi in gioco non ci sarebbe la scena, senza materia, direbbe Einstein, non vi sarebbe lo spazio che da questa viene curvato, appunto.

Dunque a muovere l’astrazione non è un concetto, un’astrazione come lo spazio, anche se ciò può essere teorizzato legittimamente. A muovere l’astrazione potrebbe essere piuttosto ciò che il quadro dice: l’intenso interesse per gli elementi che esibiscono le loro relazioni. E’ da queste relazioni che scaturisce, direi ‘liricamente’, lo spazio. Ma come effetto collaterale della cura per gli elementi in gioco. Lo spazio è il gioco visto da fuori, è ciò che risulta per chi si pone fuori dal gioco, fuori dal quadro.

(B.C.)

 

 

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