Mathieu: il segno e il caso.

George Mathieu

George Mathieu

L’immagine è stata prelevata da qui

Mathieu ha parlato spesso di astrattismo lirico, di vuoto e libertà, di un segno che posto per primo sulla tela in modo arbitrario costringe gli altri ad organizzarsi di conseguenza.

L’inconscio sembra saperne di più: occorre essere veloci nell’esecuzione per evitare che tutto si blocchi come nell’aneddoto zen del millepiedi che se pensa inciampa e non riesce più a coordinarsi.

 

All’epoca l’inconscio non era stato ancora colonizzato, il paesaggio era ancora diviso tra privato e pubblico in uno spazio che andava ricostruendosi dopo i sessanta milioni di morti della guerra.

Si poteva ancora immaginare l’agire come un fare a cui occorreva eliminare freni e sovrastrutture: i segni inseriti nei loro solidi codici potevano essere sradicati da essi e ricomposti fuori da ogni codice.

Il segno poteva diventare calligrafia. Esibire l’energia sottratta al racconto, libera, appunto. Liberata. Il segno si animava di un sapere non occidentale, eppure autoctono, sepolto dietro la ‘crisi delle scienze  europee’.

E non è segno che cerca la traccia del simbolo, non si dispone a riattraversare un senza tempo collettivo, ma è ‘veemenza’, tratto nervoso individuale, soggettivo, biografico.

 

Estrema sfida al meccanico, come notava nel 1986 Argan, sfida in una battaglia storicamente già persa. All’altezza della metà degli anni ’60 il modello americano stava per imporsi e per cavalcare la celebrazione  di un mondo dato, una volta per tutte, nella teofania perenne della merce. La delusione di Mathieu a New York nel 1957 precede di sette anni il successo alla Biennale di Venezia di Robert Rauschemberg .

 

Le performances di Mathieu di velocità nell’esecuzione in pubblico di grande tele esprimevano questa consumazione di carne ed ossa alle prese con segni che si richiamavano casualmente ma dall’interno, con l’intervento dell’essere umano. Ed è questo un tipo di casualità molto diverso dal  rovesciare un secchio di vernice su di una tela. Quest’ultimo è celebrazione del caso e non ‘attiva collaborazione’, non strutturazione di quel misto di virtù e fortuna, come già sapeva l’antico Machiavelli…

 

C’è da chiedersi per un individuo di oggi quale sia lo spazio per la ‘virtù’. Forse non replicare l’esistente e non cadere nell’ingenuità di un inconscio libero…E sono indicazioni solo in negativo…

 

(B.C.)

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