Su Ritratto di Marinetti, Fondazione Mudima, 2009

Ritratto di Marinetti, Fondazione Mudima,2009

Ritratto di Marinetti, Fondazione Mudima,2009

Si deve alla Fondazione Mudima, a Gino Di Maggio e alla cura di Daniele Lombardi e Achille Bonito Oliva, un’importante iniziativa editoriale che interessa tanto il mondo della letteratura quanto quello dell’arte, della musica e del teatro: si tratta di un Ritratto di Marinetti che in più di 300 pagine raccoglie con intelligenza critica, precisione filologica ed eleganza, documentazione iconografica e testuale relativa al fondatore del Futurismo. Il volume è costituito inoltre dalla stampa e dalla ristampa di saggi critici firmati da Gramsci a Edoardo Sanguineti, da Giovanni Lista ad Achille Bonito Oliva, da Daniele Lombardi a Ginevra Bria.

Già dalla copertina si capisce che ci si trova di fronte ad una documentazione che problematizza dati acquisiti e che, partendo dal dettaglio di un caso specifico, fa leva su di esso per sollevare questioni di più vasta portata. In copertina si legge in nero ‘L’uomo Rosso’, e al centro, il numero 1, di colore rosso. In calce la dicitura ‘L’ Uno centrale dovrebbe essere stampato in  ROOOSSSO’ e in basso a destra, al margine estremo: ‘Marietta Angelina 1 Cameriera di Marinetti’.

Si pone sin dall’inizio e in modo documentale il concetto che viene immediatamente riproposto, questa volta più esplicitamente, dall’articolo di Antonio Gramsci apparso il 5 gennaio 1921 su ‘Ordine nuovo’. L’articolo di Gramsci in apertura dell’intero volume si intitola ‘Marinetti rivoluzionario?’ E’ davvero spiazzante leggere la sorpresa di Gramsci che riferisce di aver sentito lodare dai comunisti russi Marinetti come rivoluzionario italiano al II Congresso dell’Internazionale. E ancora più spiazzante è l’analisi che Gramsci fa del Futurismo: Gino Di Maggio, nella nota ‘La Ca’ Rossa. Ricordo di Filippo Tommaso Marinetti’ che, insieme all’articolo di Gramsci, apre il volume, la sottolinea: Gramsci aveva affermato che la percezione del nuovo, delle grandi trasformazioni dell’industria, delle comunicazioni, della necessità di una rivoluzione culturale all’altezza con tali mutazioni strutturali, erano oggetto di riflessione per i Futuristi ma lasciavano indifferenti i socialisti e tutta la Sinistra,

in contraddizione patente col cuore del marxismo.

 

E di fatto sul senso da dare al termine rivoluzionario che si giocano tutte le ambiguità storiche, anche oggettivamente, in un periodo confuso e prossimo alla doppia catastrofe della guerra e del fascismo, confuso dal punto di vista ideologico ma anche creativo, fertile, lacerato dalle possibili opposte direzioni da dare all’immagine della vita e della società.

Il volume della Fondazione Mudima vuole entrare nel merito –anche filologico- della questione per offrire un contributo ad una rilettura finalmente scevra da pregiudizio ideologico e più consapevole dei fatti. Solo dopo tale disanima è possibile tracciare il ritratto di Marinetti, con le sue luci e le sue ombre, il suo spendersi per un’idea di avanguardia artistica che era insieme progetto di ‘uomo nuovo’ e di ‘creatività collettiva’, e le sue debolezze opportunistiche, le sue controspinte reazionarie, la sua personale volontà di potenza all’interno del gruppo dei futuristi. Basti pensare che il Futurismo, come lo pensava il suo fondatore, era esso stesso anche un’ideologia politica, alternativa a quella fascista: in una sorta di creatività totale che pretendeva per sé anche il campo della creatività politico-ideologica. E questa possibilità viene inseguita da Marinetti-politico almeno fino al 20, per poi ripiegare progressivamente in un sostegno al regime che di fatto disprezzava il Futurismo.

Di Maggio lo dice chiaro: Marinetti fu fascista ma non fu fascista perché futurista e il fascismo non fu mai futurista.

E alla confusione del periodo pre-bellico e alla colpevole connivenza successiva di Marinetti col fascismo (non di tutti i futuristi, non delle modalità estetiche create col Futurismo) si è aggiunta poi la confusione della rimozione, fino al tabù, fino a condizionare la relazione stessa tra la Sinistra (o le Sinistre) e le Avanguardie. E a tal proposito si rileva come l’accusa di aristocraticismo per qualcuno riferibile a molte delle avanguardie successive, non può essere certo indirizzata al Futurismo e ai movimenti che da esso presero le mosse o che comunque avevano contratto un debito consistente di partenza.

E da qui i nessi con ciò che è avvenuto dopo l’irruzione rivoluzionaria de ‘Le parole in libertà’, compiuta da chi aveva attraversato il simbolismo francese fino a consumarne nervosamente la decadenza, si fanno palpabili se si pensa a Cage e alla notazione musicale, a Fluxus e allo straripare dell’invenzione nella vita.

Ma è il saggio di Bonito Oliva ‘ Il nervosismo cosmico di Marinetti’ a seguire le molteplice linee della sua eredità e l’elenco pare contenere l’intera storia del Secondo Novecento, tanto sono fondamentali e fondanti le tappe dell’influsso futurista che giunge fino a noi. Per Bonito Oliva ‘il Futurismo è stata un’onda lunga che ha investito sul piano della sperimentazione linguistica molte generazioni di artisti’ e, dunque, certamente rivoluzionario nel senso pieno della parola. Bonito Oliva cita: il polimaterismo di Alberto Burri e di Robert Rauschenberg, il continuum spazio-temporale del taglio di Fontana, la pittura urbana di Stuart Davis, la Pop Art americana, la velocità pittorica di Schifano, il dandismo di massa di Andy Warhol, l’eclatanza iconografica di Cattelan. la multimedialità di Kentridge, i video di Bill Viola, l’energia dei materiali dell’Arte Povera, fino alla Transavanguardia, alla musica concreta,elettronica, a Cage, agli ologrammi di Bruce Nauman, a Fluxus…

E va notato che non è solo la forza ‘rivoluzionaria’ del Futurismo e di Marinetti a provocare l’onda così lunga ma è anche l’ampiezza di artista totale che non lasciava incontaminato alcun campo espressivo, fino alla cucina, fino agli aspetti anche quotidiani della vita concreta. Si è trattato insomma di un cambio di paradigma non solo estetico. Ed è stato forse anche proprio questo salto di paradigma probabilmente a moltiplicare la confusione anche tra gli esegeti.

Alla luce di quanto brevemente si è riferito qui, appare quasi dissonante e datato proprio il saggio di Sanguineti che apparve sulla rivista Quindici, diretta da Nanni Balestrini, sul numero 14 del dicembre 1968. Qui ci si limita alla prospettiva sociologica opponendo un’ideologia ad un’altra, all’estetizzazione della politica la politicizzazione dell’arte. La radice piccolo-borghese o medio-borghese del mitografo Marinetti non è poi tanto diversa da quella di Sanguineti, con la differenza che al mito patriottico del nazionalista viene sostituita, anche per i tempi e le congiunture cambiate (siamo nel mitico, appunto, ’68), il mito della classe operaia e la rilettura del crepuscolare  Gozzano…

L’anatema di tipo ideologico finisce per gettare un’ombra su tutto anche sui debiti contratti, sull’enorme debito contratto da molte direzioni della Neoavanguardia letteraria degli anni ’60 e dello stesso Sanguineti il cui teorizzato cinismo ha un senso solo sullo sfondo dell’idealismo e del vitalismo di Marinetti.

Se proprio ci si vuole riferire a Benjamin allora bisogna ricordare che nessuna letteratura sarà diversa se non saranno diversi i mezzi e i rapporti della produzione letteraria. Ma è proprio questa prospettiva che rimase estranea a buona parte della Neoavanguardia che di fatto emulò l’attivismo marinettiano negli spazi disponibili della comunicazione e dei massmedia, vero cambio di marcia in quegli anni del modo di fare ‘normale’ dei letterati italiani.

Il Ritratto di Marinetti restituisce poi, accanto alla ricchezza dei motivi che attraversano la vita e le opere di Marinetti sia la rivalutazione di uno scrittore che non è riducibile a ‘scrittore di manifesti’, sia dell’uomo Marinetti che pur dichiarandosi contro il clero e la presenza politica della Chiesa nella vita italiana e contro la famiglia, fu padre amorevole e marito tenero: bellissima la chiusa fotografica del libro che ritrae, senza testo, momenti della vita personale e familiare dell’inventore del Futurismo. ‘La caffeina d’Europa’ appare così nella sua dimensione più privata e umana e viene da pensare alla complessità, delle sue parole d’ordine, dalla guerra igiene del mondo (di conio nazionalista ma riferibile alla radicale lotta culturale per il nuovo) al chiaro di luna e alla necessità di riconsiderare il cammino tortuoso e il contesto storico-culturale che vide la nascita del Futurismo. E’ quanto questo libro ci offre.

Biagio Cepollaro

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