Su Gli amori di William Xerra

Xerra-amori

Su Gli amori di William Xerra

Catalogo, Edizioni il Verri, Milano, 2009

Testo di Elisabetta Longari

In epigrafe al catalogo, Milli Graffi efficacemente tocca lo specifico dei lavori di Xerra che è quello di costituire un ‘unicum teorico’, incrociando poesia e arti visive.

Xerra stabilisce, al di sotto dell’evidente separazione materiale, una perfetta reciprocità tra i due codici che, proprio a partire dall’accostamento, si rinsaldano, ognuno per proprio conto, nella loro natura di codice (e quindi amministrazione del senso, potere, tradizione, sforzo umano di classificare, negazione dell’eccesso e invito allo stesso).

Reciprocità qui vuol dire che l’immagine si carica di senso poetico (allude al linguistico ma per sondarne lo scacco) e la parola si piega alla sensorialità dell’immagine (allude alla tradizione pittorica e fotografica ma per negarle).

Gli amori di Xerra sono costituiti da lavori realizzati dal 1973 fino al 2008. Si tratta all’inizio di cartoline d’epoca, d’impianto sentimentale e romantico da cui viene asportata una delle due figure: il vuoto che sostituisce l’amato o l’amante, va a costituire l’assenza, lo spazio libero per ogni proiezione. Scritte sovrapposte in diverse lingue dicono il linguaggio amoroso toccando l’intero spettro della passione e del sentimento.

Nel testo critico che apre il catalogo, Elisabetta Longari insiste su due chiavi: una, la fragilità (aderenza alla finitezza sia gnoseologica che fisica dell’uomo), l’altra l’assenza, l’assenza come manque, mancanza costitutiva, e non occasionale: e dunque i lavori disegnano il limite della metafisica come su di una sorta di crinale kantiano dove l’agnosticismo cede il passo alla fascinazione del ‘come se’ per poi fare il cammino inverso…Senza chiudere il discorso, vivendo, appunto, l’attesa, attraversando giorno dopo giorno la mancanza.

Xerra sta al gioco dell’invisibile ma costringendolo alla verifica, costringendolo, in definitiva, a riconoscersi come tale. E allora il problema diventa: qual è il nostro rapporto con l’invisibile? Che poi può essere il sacro, declinato negli archetipi delle divinità o in fenomeni umani come l’amore.

Xerra sembra dirci: non sappiamo come ma ci stiamo già convivendo. Basta mettere allo scoperto l’attesa del miracolo per verificare non il miracolo -che non avviene- ma la sua attesa, la sua necessità, il nostro limite.

Gli amori di William Xerra mettono in scena una fenomenologia dell’amore ma non nel senso dei frammenti del discorso amoroso di barthiana memoria ma come occasione privilegiata per l’intelligenza critica di fare i conti con il vissuto, con l’emozione potente, di fare i conti con la natura dell’inganno fino a rovesciare i termini dell’indagine, fino a potersi formulare come inganno della natura. Il dispositivo amoroso è per sua natura, infatti, proiettivo.

Eppure l’amante ci crede. E ci crederà sempre se vuol restare tale. L’ironia di Xerra non è generata dalla critica cerebrale alle illusioni, ma è ironia che ha sposato la tenerezza. E’ una mossa, questa, che permette di amare pur sapendo che l’assenza, il dubbio, la fragilità, la negazione, fanno parte del gioco. E si tratta di un gioco importante, forse il più importante che nella vita di un uomo può capitare. La stessa arte e il rapporto di un artista con l’arte hanno questo fondamento proiettivo, dove l’assenza è più decisiva della presenza, dove il ‘da fare’ conta più del già fatto, dove l’ulteriorità del senso e il non detto, anche se non pacificati, sono di casa.

L’ironia tenera non elimina la sofferenza ma ha il sapore provvisorio di una istantanea e breve liberazione.

Si può esplorare il nulla, come sottolinea Longari, quando bene individua l’oggetto narrato che è ‘il vorticoso nulla che è il vero volto della società contemporanea’, senza per questo diventare nichilisti? Le opere di Xerra sembrano dire di si.

Il nichilismo è un portato cerebrale che ha privato il concetto di ogni sua radice sensoriale fino a sradicarlo. Qui, al contrario, viene ribadita la necessità di attrezzarsi a convivere col nulla costitutivo fino a che le uniche sole ricchezze su cui l’umano potrà contare emergeranno.

Niente di più ma neanche niente di meno.

L’ironia tenera svela così il possibile distinguendolo dall’impossibile: pare quasi che il disorientamento della menzogna dichiarata sia la condizione necessaria per rendere le cose vive.

La firma ‘Io mento’ (che costella i lavori dal ’98) si collega strettamente all’altra firma ‘Vive’ (1972). L’accettazione del relativismo e della non completezza, insieme al riconoscimento della necessità dell’inganno e dell’auto-inganno, l’accettazione, al fondo, della solitudine costitutiva, tanto conoscitiva quanto emozionale, si pongono come presupposto per un’apertura e una relazione con il mondo e con l’altro dove vanno insieme vigilanza e abbandono, ironia e passione.

 Biagio Cepollaro

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