Catalogo in pdf della mostra Variazioni dell’aria

di Dorino Iemmi

Dal Catalogo:

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Biagio Cepolalro, Icona n,81, 2018. Mista su tela, cm 30 x 20.jpg

Variazioni dell’aria

Personale di Biagio Cepollaro

Se richiesto di giudicare dell’autenticità di un’opera di Biagio Cepollaro non avrei problemi, non mi sottrarrei: se sussistono nella massa pittorica, come sospesi, simboli esoterici, connessioni, diagrammi di flusso; se gli strati sono ripetuti, se vi è ricorso all’impiego di materiali grumosi che sedimentano sulla tela a creare rilievi, si tratta di un’opera autografa. Se richiesto di darne una lettura critica esiterei: perché un’opera d’arte, e massimamente di Cepollaro, non è un teorema, non muove da una tesi da dimostrare logicamente o da un’idea da implementare secondo un mandato dialettico (idea>realizzazione>feedback) dalla cui analisi si può stabilire se la traduzione in opera è più o meno riuscita. Non oggi, non più. Con chiara coscienza dall’espressionismo in poi. Cepollaro va letto in chiave espressionista? Lui si racconta così: ” Per chi come me proviene dal ‘900 questo primo ventennio del nuovo secolo, più che promettere un orizzonte pare averlo consumato e negato. La pratica artistica e le relazioni umane in alcuni casi si sono improvvisamente sovraccaricate, a mio avviso, soprattutto di una necessità: trovare una sorta di via minore di salvezza, per così dire, un programma minimo e residuale. Non dunque l’allarme sul presente né un progetto per il futuro. Ma ciò che consegue per le vie concrete di ognuno dall’allarme e dalla nostalgia del futuro. Minore perché non aspira più a veicolare lo spirito del tempo ma solo può raccontare la sua sparizione attraverso ferite e lacerazioni. Provvisoria perché indica un modo idiosincrasico di sopravvivere, tra acuta percezione della crisi dell’Occidente e la funzione narcotizzante della comunicazione. La pratica quotidiana dell’arte è per me un esercizio di immanenza, una disciplina del qui e ora. E’ in questa pratica che trovo gli insegnamenti muti delle variazioni dell’aria”. Dove l’artista mi sembra dichiari che ciò che la pratica dell’arte procura, con tutto quello che può avere di appagante per lo spirito, rappresenti solo un contentino rispetto al pieno esaudimento del bisogno di salvezza che non l’artista ma l’umanità intera avverte come disperante in questi nostri tempi desolati.

E ciò può suggerire che le variazioni dell’aria siano come affioramenti spontanei dal profondo dell’essere -ma anche procurati, cioè spremuti fuori dall’artista (come tipico dell’operazione espressionista) – di disagi esistenziali, morali, capaci di produrre forme alterate, allucinate, cariche di potenziale emotivo non ancora esploso, ancora discreto ma percepito come una lieve variazione (di direzione?) dell’aria, appunto. O non sarà piuttosto una differenza di pressione indefinibile degli stati d’animo a generare quell’intenso e freddo verde boreale con cui si impongono alla vista quei cerchi e semicerchi misteriosi che ricordano i glifi di Nazca?

Le variazioni dell’aria sono oscillazioni di linguaggio? Perché Cepollaro battezza le sue opere solo e sempre come Icone o Narrazioni? Icone sono le opere chiuse, autosufficienti e Narrazioni quelle che appartengono o possono appartenere a un polittico idealmente infinito? Si allude forse alla bipolarità costituita dal mondo visivo orientale, statico e ripetitivo e da quello dinamico e mutante, per quanto perennemente in crisi, occidentale? Se così fosse non si ravvisa comunque parzialità da parte dell’autore; a meno che non significhi qualcosa il fatto che nel corpo della produzione di Cepollaro le Icone siano più numerose delle Narrazioni.  Tirato in ballo l’artista risponde così: ” Il termine icona è un rimando alla tradizione dell’oggetto cultuale russo ma anche alla reinterpretazione astratta di Malevic. Oggi il termine viene usato come emblema di un ambiente oppure nel linguaggio informatico per indicare un programma o un’applicazione. Incredibile lo slittamento di significato dall’antichità alla postmodernità! Il termine Narrazione sembra alludere allo svolgimento di eventi raccontati più o meno ordinatamente, ma in realtà, per me, si traduce in una sequenza di enigmi discreti, di tracce, di residui, di rovine e deterioramenti, con qualche segno di passato splendore. Una narrazione senza racconto e senza il gusto del frammento. Una narrazione come palinsesto e stratificazione, piuttosto, come futuro ritrovamento”.

Le opere esposte sono 22, si tratta di tele dipinte tra il 2017 e il 2019. Il loro formato varia da un minimo di cm 30×20 ad un massimo di cm 80×180, nel caso di due trittici. La tecnica è mista, dalla tempera legata al tuorlo, all’acrilico, all’olio, allo straccetto imbibito, allo stucco, a colle di diversa natura.

Milano, gennaio 2019

 

 

 

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